lunedì, 23 giugno 2008

Gli Incostanti - recensione

gli incostantiChe la stanza dei bottoni fosse prossima a quella della follia se n’erano accorti già nel 1600 Thomas Middleton e William Rowley inserendo dei fasulli pazzi in un manicomio e dei diversamente savi ai posti di comando. Karina Arutyunyan e Walter Le Moli rovesciano sui loro attori la preziosa traduzione di Luca Fontana, danno a intendere di lavorare sull’improvvisazione, di stimolare la libertà degli attori, di raccogliere i frutti di una ingovernabile sregolatezza mentre in realtà danno prova di aver masticato a fondo gli sbalzi della drammaturgia barocca per restituire al pubblico un ritratto calzante del nostro presente.

Il motore universale che fa girare i personaggi maschili intorno a quelli femminili, i genitori intorno ai pretendenti più affidabili, i navigati intorno alle vergini, mentre gli innamorati perdono il controllo delle loro azioni, è il sesso. Gli umori sono alterati, il raziocinio svanisce e gli istinti primordiali si impossessano degli umani, spingendoli a soddisfare le pulsioni più vibranti ed a seguire un fiuto animalesco. Sani si fanno ricoverare, cantano follemente, ripetono i versi bestiali per soddisfare proprie e altrui voglie, mentre nella fortezza si è disposti a tutto pur di preservare un’apparente verginità ed un potere tutt’altro che illuminato.

I registi mettono in scena il testo giocando con l’inconsistenza psicologica dei personaggi, che agiscono per reagire alla noia, per smuovere le acque, per cavarsi uno sfizio, sputando parole che vengono prese alla lettera, alimentando adulteri, omicidi, gelosia e violenza senza mai alcun bisogno di chiedersi il perché. Gli attori sono straordinari nel rendere l’inconsistenza dei loro personaggi che si muovono in una scena a rotelle, dove nulla è inamovibile, dove la luce delle candele, la musica e i costumi barocchi ci portano indietro nel tempo, mentre l’irragionevolezza delle azioni ci rispediscono alla nostra contemporanea stoltezza. Le pulsioni sessuali aiutano gli interpreti a liberare la loro selvaggia passione, a giustificare le loro azioni più spregiudicate, ad annullare il senso di colpa in un tourbillon di umori in cui nessuno è chiamato a tener fede a ciò che ha promesso e tutti sono legittimati a cercare una via alternativa per non pagare ciò che gli è stato addebitato.

La regia si fa barocca puntando su mille intuizioni, cogliendo tutti gli spunti comici senza rinunciare a nessuna possibilità di drammatizzare. La bravura degli attori spinge però i direttori d’orchestra ad osare, a lavorare sulle associazioni, a confondere per lambire la perfezione, a mescolare e stordire per lasciare nello spettatore una sensazione generale di abbondanza. Dopo la grande abbuffata di fantasia, originalità, sincronia e disponibilità ad esplorare nuovi mondi recitativi, difficile sottolineare i frutti più prelibati, ma è comunque impossibile scordare l’interpretazione di Michele de’ Marchi, tanto viscido e bravo da risultare a tratti sorprendentemente affascinante, degli irresistibili finti matti Antonio Tintis e Maurizio Rippa e di Paola De Crescenzo, specularmene inafferrabile, magnificamente vittima e diabolicamente carnefice, bravissima nel nascondere l’identità del suo personaggio con bocca e occhi che spesso negano le sue parole.

Il ruolo della protagonista è interpretato da tre attrici che nell’ultima scena appaiono insieme facendosi, con il loro costume verde bianco e rosso, sottile riferimento alla nostra tramortita penisola in mano a incostanti potenti, dove la follia appare sempre di più come l’unica via di fuga percorribile.

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postato da: monthi alle ore 16:18 | link | commenti
categorie: recensioni teatro

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