Raccontare chi sta dietro a tutti i misteri che avvolgono la nostra penisola, dalla strage di Portella della Ginestra alla morte di Moro fino a tangentopoli ed i processi di mafia è un’operazione titanica. Bombardare lo spettatore con una serie di verità e congetture nel tentativo di dare forma ad un male che resiste e si rigenera negli anni è operazione che rischia di allontanare chiunque non abbia intenzione di faticare per raggiungere una sorta di verità.
Paolo Sorrentino non cade nella trappola del senatore a vita e non gira un film documentaristico che ne esalti i lati oscuri e ne chiarisca le malefatte. Il regista napoletano affronta il suo protagonista accettando il terreno comune dell’ironia. Con l’aiuto di un divino Servillo, originale, intelligente, a volte con uno sguardo più ingenuo e diabolico dell’originale, Sorrentino parte alla ricerca del male con il sorriso sulle labbra, sfida il diavolo con le sue stesse armi. La squadra della quale si serve il regista, ora occulto ora palese, della politica italiana dal dopoguerra ad oggi è fatta di sodali pronti a tutto, arrivisti disposti a vendere la madre, il partito e lo stato in cambio di un pezzetto di potere da amministrare squallidamente. Il film li restituisce come un’armata di storti e loschi figuri in mezzo ai quali il Divo spicca per grazia e compostezza.
Tra italiche contraddizioni e diaboliche coerenze il film ripercorre velocemente le tappe fondamentali della vita del senatore, riporta aneddoti sulla sua ascesa, la sua fede, mostra la moglie che si meraviglia delle accuse per mafia, snocciola una serie di morti alle quali nessuno è stato in grado di dare un mandante, associa banchieri, affaristi, politici, mafiosi, politicanti e squadristi per disegnare l’ambiente nel quale il “Gobbo” tesse la sua tela riuscendo sempre a inchiodare le mosche al suo volere. Sorrentino gira la fantomatica scena del bacio con Riina mettendo una musica che la sdrammatizza mostrando al tempo stesso l’assurdo e la drammaticità di un potere così forte che entra in contatto con un altro. Dal confronto con Scalari che chiede conto di una serie di casi ai quali il senatore non può dichiararsi estraneo, il diabolico Andreotti ne esce vincitore ricordando al direttore di Repubblica di aver salvato la sua testata dalle mani di Berlusconi con l’aiuto del sempre verde Ciarrapico.
Nessuno scappa alla sua rete clientelare, alle sue raccomandazioni, alle minacce del suo archivio, alla scatola nera dei misteri italiani che Grillo, in anticipo sui processi e sulla storia dei giorni nostri, ubica nella gobba del Divo. Tra il grottesco e la denuncia di un paese passato dal fascio allo sfascio, Sorrentino ricostruisce la storia, ironizza sul bene e sul male, ignuda l’ipocrisia dei pesci piccoli, dà un volto agli squali, accetta il confronto con il demonio e ammette di essere rimasto diabolicamente affascinato da un personaggio dalle mille pieghe e dalle centomila sfaccettature che ha scelto di mettere la sua indiscutibile superiorità al servizio del male.