venerdì, 06 giugno 2008

Mishelle di Sant'Oliva - recensione

Mishelle di SantLa vecchiaia costringe a fare i conti con la solitudine e con le scelte dei figli non sempre in sintonia con i valori dei genitori. Il bisogno di compagnia si scontra con la necessità di essere rispettati. Le distanze scemano quando la sera cala sui sogni irraggiungibili.

Emma Dante continua il suo percorso all’interno della famiglia affrontando in profondità il rapporto genitore figlio. La donna, vittima in Mpalermu e Carnezzeria, in questo spettacolo è la carnefice di una famiglia che sopravvive alla sua assenza aggrappandosi al suo ricordo. Il padre vive nel rimpianto della ballerina parigina che gli ha regalato otto anni di paradiso. Il figlio, costretto durante il giorno a sostituire la mamma in tutte le incombenze domestiche, la notte indossa i suoi panni vendendo il corpo a chi sa farlo sentire attraente.

Quantunque il padre non accetti la doppia identità del figlio e lo minacci ripetutamente di togliersi la vita, non riesce a fare a meno della sua presenza. La chiave che Salvatore nasconde nelle sue mutande, Gaetano la occulta in bocca, stabilendo un contatto metaforico che aleggia su tutto lo spettacolo. Se il padre continua a vivere in attesa del ritorno della moglie non può non essere sensibile al figlio che sensualmente davanti ad i suoi occhi si dimena ricordandogli il tempo che fu.
Giorgio Li Bassi e Francesco Guida danno vita a due personaggi talmente veri da condurre lo spettatore a spasso con i loro sentimenti. Si rincorrono con le sedie, si ingiuriano in un palermitano stretto che spesso più che il senso lascia trasparire l’intenzione, si umiliano vicendevolmente alla ricerca di un abbraccio che diventa l’unico fine oggettivamente perseguibile.

La regista palermitana questa volta ha bisogno di più parole per indagare la rigidità dei pregiudizi, l’insostenibilità dei valori sociali, l’egoismo e la chiusura mentale di chi è ancora convinto di poter giudicare il prossimo prima di amarlo. I suoi personaggi sono vittime della società che vorrebbero distruggere, ma dalla quale necessitano comunque una legittimazione. La vita di Gaetano sospesa ad una corda e minacciata da un cappio è la nostra stessa vita. Le difficoltà che ogni giorno il mondo pone sulla nostra strada risultano superabili attraverso un taglio netto, una stretta decisa, un salto nel vuoto. Emma Dante con questo impeccabile lavoro tenta di ricostruire i rapporti intergenerazionali sempre più complessi, frutto di una vecchiaia che impone calma ed una gioventù costretta a correre. L’equilibrio tra le diverse età si raggiunge solo nel momento in cui si converge in un unico punto e ci si abbraccia scacciando per un po’ la solitudine che aspetta tutti alla fine della strada.

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postato da: monthi alle ore 10:56 | link | commenti
categorie: recensioni teatro

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