Secondo film di una trilogia, The Golden Age racconta la mitica verginità di una regina che vota la sua vita alla difesa di un impero protestante dagli attacchi di una cupa inquisizione spagnola. Apparentemente disinteressata a dare alla luce un successore, negli occhi di un navigatore di ritorno dalle americhe intravede una possibilità di concedersi, ma l’incombere della guerra e la passione di una sua accompagnatrice la riporteranno sulla via della castità.
Shekhar Kapur pone al centro del suo film un’attrice straordinaria che torna nei panni di una regina contribuendo ad alimentarne il mito. Con leggerezza Cate Blanchet passa da un dialogo con un giovanissimo aspirante marito ad una scena nella quale chiede al navigatore di ballare e saltellare insieme alla sua accompagnatrice. La storia di tradimenti famigliari e fanatismo politico viene raccontata con sfarzo intervallato a scene di privata e regale quotidianità. Accanto alla inarrivabile australiana uno shakespeariano Geoffrey Rush ed un Clive Owen che più che interiorizzare ed affascinare, ammicca senza troppo interessare.
La musica che rende epici sentimenti e momenti di guerra accompagna degnamente una vicenda che vede una donna di potere rivendicare la propria libera scelta di rimanere casta. Senza facili sottolineature, il film spezza un’ulteriore lancia nei confronti di chi ancora ha il coraggio di mettere in discussione il potere della religione di spostare le masse, chiamandole ad una santa guerra frutto di privati interessi e causa di pubblici sacrifici.