ad un passo dalla fine
Simpatico prologo di Tarantino che esce di scena consegnando a Miike Takashi la patata bollente, la responsabilità di mantener desta l’attenzione, il dovere di costruire personaggi che intreccino relazioni che restituiscano emozioni o stimolino liberatorie delusioni.
Uscito di scena il maestro però, i colorati pistoleri, sciabolatori, mitraglieri, non fanno che darsele di santa ragione; muoiono, risorgono, si spalmano per una schicchera e sopravvivono a sventagliate di mitra a manovella. Langue la vicenda finche non torna il buon vecchio Quentin che, capelli bianchi e carrozzella, dà un calcio nel sedere della storia e ci narra le gesta di una sua adepta capace di sparare con otto pistole contemporaneamente. L’americano sfuma e riparte la girandola interminabile. I bianchi si sporcano di rosso e non si capisce più chi deve sopravvivere, chi è giusto che schiatti violentemente, chi darebbe gusto nel vederlo sparso in mille pezzetti riempire un campo lungo o tracimare da un primo piano.
Tanti bellissimi colori e decine di morti ammazzati non tengono desta l’attenzione per due ore. Gli effetti da soli non colpiscono nessuno, a meno che qualcuno non si inventi un modo per far uscire i proiettili dallo schermo, far saltare fuori un pistolero che ci prenda a martellate o semplicemente assuma una maschera che ogni tanto ci spari la luce in faccia o ci scuota con una bella secchiata di birra gelata.
